In Italia, per curarsi, ormai tocca pregare o fare il sindaco. Succede a Bonorva, paese incantevole del Meilogu, che incantevole lo resta finché non ti ammali. Lì, i medici di base sono spariti. Due congedati, mille pazienti nel panico, e lo Stato – come sempre – a contemplare il disastro con le mani in tasca. Ma a rimboccarsi le maniche non è stato un assessore né un direttore sanitario: è stato il sindaco in persona. Che ha tolto la fascia e rimesso il camice.
Si chiama Massimo D’Agostino, è un uomo d'altri tempi, uno che ha servito per anni dietro le sbarre di un carcere facendo il medico, non l'ospite. Poi ha deciso di fare politica e, ora, a quanto pare fa entrambe le cose. "Non chiedetemi cosa sia successo, non lo so neanche io", dice. Ma la verità è che lo sa benissimo: ha capito che nessun altro lo avrebbe fatto.
La sua è una scelta disperata e straordinaria, che andrebbe fatta studiare nelle scuole di amministrazione pubblica. Mentre i manager della sanità giocano a spostare le poltrone, c’è un uomo che si carica sulle spalle le ricette, i misuratori di pressione e pure le arrabbiature dei suoi cittadini. "Spero con tutto il cuore di essere all’altezza", ha detto. Come se il coraggio di affrontare due lavori impossibili – sindaco e medico – non bastasse già da solo a renderlo più che degno.
D’Agostino comincerà lunedì 14 aprile. E non lo fa per gloria o per stipendio. Lo fa per dovere. In un Paese in cui i medici scappano e i concorsi vanno deserti, la politica avrebbe il dovere di intervenire con urgenza. Ma invece di trovare soluzioni, trova scuse. Le stesse che, se sei un cittadino normale, ti costringono a farti cento chilometri per una visita.
Nel frattempo, a Bonorva si sopravvive per grazia del sindaco. Che Dio lo benedica e lo preservi in salute, perché se si ammala pure lui, al paese non resta che l'estrema unzione.