C'è una verità che non si può più nascondere dietro le conferenze stampa, né camuffare con frasi rassicuranti: quella delle campagne sarde abbandonate, delle mani callose che non trovano più risposte, dei contadini che stringono i denti mentre i numeri, impietosi, raccontano l’agonia di un comparto lasciato solo.
Mentre l’assessore regionale all’Agricoltura Gian Franco Satta parla di successi e progressi, i dati ufficiali certificano il contrario. Il Programma di Sviluppo Rurale 2014–2022 è ancora lontano dal compimento e la scadenza definitiva del 31 dicembre 2025 incombe come una sentenza. Su 1 miliardo e 729 milioni di euro disponibili, la Sardegna ha speso solo 1 miliardo e 60 milioni: appena il 61,37%. Significa che quasi il 40% dei fondi – centinaia di milioni – rischia di tornare a Bruxelles.
Chi lavora la terra sa bene cosa significa questa cifra. Significa trattori fermi, stalle vuote, mani stanche che aspettano da anni. E significa, soprattutto, promesse non mantenute.
Le misure che dovevano rilanciare l’agricoltura isolana sono rimaste al palo. La Misura 2, quella che garantisce assistenza e consulenza alle aziende, è ferma al 6,38%. La Misura 3, che riguarda la qualità dei prodotti, si arresta al 38,92%. E l’agricoltura biologica – su cui tanto si è investito a parole – non supera il 38,67%. Solo il “benessere animale” arriva a sfiorare il 90%, ma è una magra consolazione in un deserto di ritardi.
«Sono sconcertato. Dimissioni subito», tuona Tore Piana, presidente del Centro Studi Agricoli, che ha denunciato pubblicamente la “visione distorta” offerta dall’assessore Satta. «Il dato sulla cooperazione, appena al 16%, è emblematico. Non si sta investendo sulla messa in rete delle imprese, né sull’innovazione. Le risorse ci sono, ma nessuno le usa».
Nel frattempo, le aziende affogano. E in un foglio che circola tra tecnici e allevatori, una nota scritta a penna recita con amarezza: “PAC primo pilastro, su 245 milioni spesi solo il 50%, 120 milioni. PSR idem.” Una frase breve, ruvida, come la terra arida che nessuno aiuta più a coltivare.
Eppure l’assessore, nella conferenza stampa di ieri, ha parlato di una Sardegna “al quarto posto nazionale per spesa dell’organismo pagatore” e del “raddoppio dei pagamenti mensili da settembre 2024”. Ma rispetto a chi? A quale criterio può appellarsi chi guida l’assessorato quando il 50% delle aziende agricole sarde non ha ancora visto un euro?
Il problema, dice il Centro Studi Agricoli, non è solo contabile. È politico. Se i fondi non saranno spesi entro fine 2025, scatterà la regola del disimpegno automatico: la Sardegna dovrà restituirli all’Europa. E per non perdere la faccia – e i progetti già avviati – sarà costretta a coprirli con risorse proprie, sottraendo soldi ad altri servizi.
«Il tempo delle rassicurazioni è finito. Ora servono decisioni rapide, competenti e veritiere», conclude Tore Piana, annunciando per lunedì 31 marzo una convocazione straordinaria della direzione regionale del Centro Studi Agricoli. In quell’occasione proporrà l’organizzazione di una manifestazione di protesta sotto il Consiglio Regionale, invitando tutti i consiglieri a prendere una posizione.
La Sardegna agricola non può più aspettare. Mentre le istituzioni cincischiano con le percentuali, la campagna muore. E con essa muore una parte dell’anima sarda.