Finalmente. L’Italia si è svegliata dal suo coma fiscale e ha trovato il coraggio – sia pur con un ritardo patologico – di presentare il conto alle cosiddette Big Tech. È di queste ore la notizia, riportata da Reuters, che il nostro Paese ha notificato a Meta, X (già Twitter) e LinkedIn una richiesta di pagamento dell’IVA per un ammontare complessivo superiore al miliardo di euro. Per la precisione, 1,04 miliardi, riferiti agli anni 2015-2016 e 2021-2022.
A Zuckerberg vengono chiesti quasi 900 milioni. A Musk, 12,5 milioni. A LinkedIn, 140. Non bruscolini. Ma del resto – mi sia concesso – è ora che qualcuno gliela faccia pagare, almeno una volta, anche a loro.
Questi signori, per anni, hanno goduto di ospitalità fiscale agevolata, accampandosi in Irlanda, dove versano quattro noccioline in cambio della gestione dei profitti di mezza Europa. Hanno costruito imperi planetari sulla profilazione dei nostri dati, sull’invasione delle nostre vite private, sulle pubblicità cucite addosso come abiti da sartoria... e ora si stupiscono se qualcuno, un po’ timidamente, bussa alla porta chiedendo il dovuto? E magari si offendono pure.
Il portavoce di Meta – con l’aplomb di chi ritiene di stare sopra la legge – dichiara di essere in disaccordo con l’idea che l’accesso a una piattaforma online debba essere soggetto a IVA. Certo, perché il business dei dati, delle interazioni, della pubblicità profilata non è "vendita", ma beneficenza digitale, vero? E intanto, a furia di clic e algoritmi, queste piattaforme macinano miliardi, dettano regole, influenzano elezioni e mercati, e noi dovremmo pure ringraziare.
La tesi dell’erario italiano è semplice e tutt’altro che campata in aria: se l’utente fornisce dati in cambio di un servizio, quello è uno scambio economico. E come tutti gli scambi, si tassa. Punto. Se invece continuiamo a credere che tutto ciò che avviene nel digitale sia esente da regole, allora tanto vale regalare anche il codice fiscale a Palo Alto.
E non si venga a dire che l’Italia è sola in questa battaglia. L’IVA è un’imposta armonizzata a livello europeo, e quanto avviene ora da noi potrebbe diventare – come è giusto – un precedente per tutta l’Unione Europea. Sarebbe anche ora che Bruxelles facesse qualcosa di serio, invece di produrre regolamenti sui decibel delle lavatrici e sulla curvatura delle zucchine.
L’industria del vino, della moda, del mobile, deve pagare tutto, subito, con interessi. I pizzaioli, i librai, i piccoli artigiani vengono stritolati dal fisco. I giganti digitali, invece, hanno vissuto in un limbo legale dorato, e quando qualcuno si azzarda a presentar loro la parcella, gridano allo scandalo.
Non è questo il capitalismo che ci piace. È colonizzazione. Ed è giusto che l’Italia, una volta tanto, tiri su la testa e dica: pagate, perché avete guadagnato. Pagate, perché avete potere. Pagate, perché non siete sopra le leggi.
Un miliardo è poco, forse. Ma è un segnale. E che non si azzardino a chiamarlo “attacco alla libertà digitale”. Perché la libertà, senza responsabilità fiscale, è solo un’altra forma di arroganza.