Stanno arrivando i dazi, e le imprese artigiane sarde fanno bene a tremare. Non perché non siano coraggiose, ma perché è la politica a essere pavida. Trump alza le tariffe come fossero stendardi di guerra e in Sardegna si rischia il crollo di un intero pezzo di economia: alimentari, moda, sughero, mobili, nautica. In cambio, dalla Regione per ora solo sguardi smarriti e pochi fatti.
Giacomo Meloni, presidente di Confartigianato Sardegna, non gira intorno al problema: “Siamo di fronte a una crisi che può farci molto più male del Covid, della guerra in Ucraina o dell’aumento dell’energia. Per questo chiediamo subito un piano d’emergenza export”. In altre parole: dateci fiato, prima che ci affondino.
I numeri parlano chiaro. Secondo l’Ufficio studi di Confartigianato Sardegna, tra settembre 2023 e settembre 2024 la Sardegna ha esportato verso gli Stati Uniti per un valore di 492 milioni di euro, energia inclusa. Di questi, ben 118 milioni arrivano dal manifatturiero sardo, quello che puzza ancora di fatica e di eccellenza. Parliamo di prodotti che il mondo ci invidia: vino, pane carasau, coltelli, abiti, ceramiche. Tutta roba buona, e fatta da piccoli. E sono proprio i piccoli a essere fregati per primi quando cambia il vento.
Meloni lancia un appello non solo ai funzionari regionali – quelli con la penna sempre in mano e le gambe molli – ma anche ai vertici europei: “Le sfide commerciali si vincono garantendo la libera circolazione delle merci, non con la chiusura dei mercati”. Per questo propone una serie di interventi da far tremare i palazzi: usare i pozzi dell’ex SIR, collaborare con la Termocentrale di Fiume Santo per l’acqua dissalata, congelare progetti faraonici per deviare l’acqua del Cuga e impiegarla subito per gli agricoltori.
E poi un’altra richiesta, per nulla banale: trattare l’emergenza dazi con lo stesso spirito con cui si affrontano le catastrofi. Perché per l’economia sarda, questo lo è. Serve un piano regionale per sostenere le PMI, con indennizzi veri e non le solite briciole da de minimis, con infrastrutture, semplificazioni, energia a basso costo e incentivi per la formazione e l’export.
Non mancano gli avvertimenti. “Se l’Europa non rilancia la domanda interna, le imprese artigiane rischiano di pagare un prezzo altissimo”, scandisce Meloni. E aggiunge che l’unico modo per salvare il made in Italy – quello autentico, non quello dei salotti romani – è puntare sulla qualità, sull’innovazione, e su quei mercati emergenti che ancora credono nella manifattura italiana come simbolo di bellezza, sudore e competenza.
Questa è l’ora delle scelte. L’ora di decidere se difendere chi lavora o inchinarsi davanti ai tweet di un miliardario americano col vizio del protezionismo. Da parte degli artigiani sardi, le idee sono chiare. Vedremo se anche la politica avrà lo stesso coraggio. Ma si sa, il coraggio, se non ce l’hai, non te lo puoi dare.